Tra povertà estrema e generosa ospitalità

 

La realtà che si è presentata ai nostri occhi, per quanto bella e suggestiva, è molto povera e decisamente diversa dalla nostra, una realtà di vita che non immaginavamo potesse esistere ancora. Molta gente vive in abitazioni fatte di fango essiccato, col tetto di paglia, il pavimento in terra battuta e i servizi igienici praticamente inesistenti. In stridente contrasto, all’esterno, grandi e vistose antenne paraboliche: anche nelle case più piccole e squallide, infatti, non era infrequente trovare la tv costantemente accesa … Facile immaginare come questa, più che mezzo di informazione, costituisca per molti un mero strumento di distrazione, un diversivo alla miseria …

 bambini_gabriele

I bambini (numerosissimi) spesso seminudi e scalzi, vivono a contatto con una natura  incantevole, ma anche con animali di varie specie che causano loro diverse malattie ed infezioni (senza contare altri problemi assai diffusi, quali parassiti intestinali, scorbuto, anemia e denutrizione, dovuti alla mancanza di una corretta profilassi e, soprattutto, di una dieta completa ed equilibrata).

La natura è rigogliosa e lussureggiante: verdi distese di palme che si stagliano altissime verso il cielo; talora tratti di vegetazione più fitta, dove i raggi del sole filtrano a fatica; fiori e colori meravigliosi, frutta squisita, un cielo stellato di notte spettacolare da togliere il fiato, spazi e distanze enormi e ... un'umidità insopportabile! (anche se poi ci fai l’abitudine).

povertaLa gente del luogo ci ha accolto con gioia sincera e generosa ospitalità, come se ci aspettasse da sempre! I bambini, poi, sono stupendi: i loro sguardi così intensi e profondi ti «scavano» dentro, ma dietro quei meravigliosi occhi scuri si celano a volte storie drammatiche di sofferenza e di abusi.

Vanno matti per i palloncini, le caramelle e il gioco del calcio: per strada, o tra l'erba, bastano due pali di legno per mettere su una porta e via tutti scalzi a rincorrersi dietro a un pallone, più in competizione individuale che in gioco di squadra.

Non esistono strade asfaltate ‒ tranne l'avenida principale che attraversa il villaggio e al centro della quale campeggia il monumento eretto a Pedro do Rosario ‒ ma solo percorsi in terra battuta, ricavati dal taglio della foresta e a volte talmente angusti da consentire il solo passaggio di un mezzo a due ruote. Ovunque, a perdita d'occhio, distese verdi sconfinate e davanti a noi sempre e soltanto terra rossastra, la tipica terra brasiliana, così polverosa, sottile, così inizialmente fastidiosa, che ti penetra fin nei polmoni, che ti resta attaccata addosso, in ogni fibra dei tuoi indumenti, in ogni fibra del tuo essere... È difficile «scrollarsela» di dosso, ma sarà sicuramente impossibile rimuoverne il ricordo.

La fantasia della carità

Al villaggio di Pedro do Rosario l’unica struttura – oltre alla parrocchia – in grado di offrire spazi di intrattenimento, di catechesi e di gioco è la «Casa de la Vida», gestita dalle due suore arrivate qui nel 2008. Queste intrattengono le bambine insegnando loro l’arte del ricamo, il lunedì, mercoledì e venerdì (dalle 8.30 alle 11.00 e dalle 14.30 alle 17.00): avreste dovuto vedere i loro lavori, com'erano ben eseguiti, con quale abilità e combinazione di colori! Una volta ultimati, questi lavoretti vengono venduti allo scopo di ottenerne qualche piccolo guadagno che le suore utilizzano, ovviamente, per le famiglie più povere del villaggio o per sostenere iniziative di promozione umana e culturale. Non esiste infatti alcun contributo economico da parte dello Stato, e don Gabriele con le sue sole risorse e con gli aiuti che riceve dall'Italia riesce, mirabilmente ed inspiegabilmente, a mandare avanti la parrocchia e a mantenere le suore… oltre che se stesso e i suoi mezzi (una moto e un fuoristrada), con i quali percorre ogni giorno un'infinità di km per recarsi in visita ai vari villaggi sperduti e disseminati all'interno del vastissimo territorio della parrocchia... fango e fiumi permettendo (durante la stagione delle piogge)!

L’attività con i ragazzi e i bambini

Le giornate al villaggio cominciavano molto presto: all’alba eravamo «piacevolmente» svegliate dal canto del gallo e dai ragli insistenti e sgraziati degli asini! Già alle 6.30 del mattino si udiva per le strade un movimento impressionante di persone ed animali. Del tutto comprensibile, se si pensa che lì la scuola inizia prestissimo e in uno stesso giorno nell’unico edificio esistente si susseguono, in fasce orarie diverse, lezioni per studenti delle elementari, medie e superiori.

Dopo i primi giorni di organizzazione ed ambientazione, noi ragazze abbiamo intrattenuto i mariaconcettabambini del posto con attività di carattere artistico, musicale, o semplicemente ludico-ricreativo, ripetendo con successo questa esperienza dei laboratori anche al vicino villaggio di Três Palmeiras, a circa 15 km di distanza, dove si sta portando avanti il progetto di costruzione di un asilo e di ampliamento della chiesa, e dove esiste una realtà giovanile numerosa, vivace e composita. Qui, «rispolverando» le nostre reminiscenze di animazione estiva, abbiamo coinvolto i ragazzi anche in bans, canti e giochi vari: si sono divertiti da matti... e pensare che basta così poco per renderli felici... Quanta differenza rispetto ai nostri ragazzi molto più fortunati, ma spesso annoiati da una società dei consumi contraddistinta dall’imperativo dilagante del «tutto e subito»!

Adattandoci ai pochi mezzi di cui potevamo disporre, abbiamo utilizzato alcune panche di legno (unico, povero arredamento preso in prestito dalla chiesa adiacente) per improvvisare bambinipiani d'appoggio e tavoli di fortuna: i ragazzi disegnavano o dipingevano tranquillamente seduti o inginocchiati per terra e, in mancanza di pennelli, erano sufficienti pochi batuffoli di cotone o semplicemente… i polpastrelli! Ne son venuti fuori dei veri capolavori. Ciò che maggiormente ci ha stupito, infatti, è il loro spiccato senso cromatico; accostano le varie tinte in modo davvero vivace ed armonico: nonostante la difficile realtà di sofferenza e miseria che molti di loro hanno alle spalle, dai loro disegni e dai colori che adoperano traspaiono la gioia e la voglia di vivere... Giallo, verde, arancio, rosso, azzurro: un tripudio di allegria e di festa attinto alla «tavolozza» della natura. Molti bambini completavano i loro lavori con dediche o messaggi di affetto per noi e i più grandi aggiungevano pure il disegno del nostro tricolore! Questi loro gesti – superfluo dirlo ‒ ci hanno profondamente commosso e gli scatti fotografici, da parte nostra, non si contavano più… anche se, a volte, mi son domandata se facessimo la cosa giusta… mi sembrava di entrare a forza nei loro sguardi e nelle loro vite… Ma come resistere di fronte al mistero profondo dei loro occhi, di fronte a quei sorrisi spesso velati di infinita tristezza?

 C’è lavoro per tutti

Qualche volta al villaggio abbiamo pure improvvisato un «servizio taxi», caricando in macchina 8-10 bambini che accompagnavamo in parrocchia per la «consulta do medicu» (così chiamano lì la visita medica), pazientemente gestita dal nostro amico pediatra Filippo... Avreste dovuto vedere il divertimento e le risate di quei bimbi durante il tragitto in auto, mentre procedevamo a zig-zag per evitare le enormi buche o... gli asini che, noncuranti, intralciavano il nostro cammino!

Mentre noi ragazze eravamo impegnate nell’animazione, il pediatra si occupava delle visite Filippomediche e i tecnici presiedevano ai lavori di progettazione e costruzione della nuova chiesa, don Gabriele trascorreva gran parte delle sue giornate in moto, spostandosi per i vari villaggi (circa 147 in tutto) sparsi lungo una superficie di oltre 1.600 kmq (questa l’estensione del territorio della parrocchia), prodigandosi per le necessità e i bisogni di tutti… materiali e spirituali.

Lo stile missionario

Chi, non conoscendolo, si limitasse ad osservarlo semplicemente «dall'esterno», lo definirebbe sicuramente un uomo «d'azione», molto operoso ed impegnato, ma poco contemplativo... In realtà la sua ricchezza e la sua profondità spirituale sono straordinarie e al tempo stesso molto discrete e mai ostentate, per via della sua grande umiltà. Ci ha confidato ad esempio che, proprio durante i suoi frequenti e lunghi spostamenti in moto, lui impiega il tempo in un modo bellissimo e sicuramente molto fruttuoso: prega. Nonostante le difficoltà, la scarsità di risorse (umane e… finanziarie), gli imprevisti, l’indifferenza-assenza (o, quel che è peggio, l’ostruzionismo) delle istituzioni, si mostra sempre paziente, sereno, sorridente, sempre fiducioso nella Provvidenza!

Lo scopo principale delle sue visite «pastorali» ai villaggi è quello di una conoscenza e di una prima evangelizzazione. Nei pochi momenti liberi lo abbiamo accompagnato anche noi e in quella occasione abbiamo conosciuto comunità molto più povere di quella in cui soggiornavamo, non solo dal punto di vista materiale, ma anche spirituale: realtà in cui non si celebrava la Messa da qualche decennio, o altre, invece, in cui non era ancora giunto un primo annuncio di fede cristiana. In questa disparità di situazioni, è straordinario e ammirevole il modo in cui questo sacerdote riesce a farsi parte della realtà locale e della vita della gente, condividendone i bisogni, offrendo parole umane di conforto e «spezzettando» quasi la Parola divina in una catechesi elementare, ma non per questo meno profonda, lasciando passare attraverso l’ascolto e il dialogo reciproco un messaggio di fede e di speranza, incarnando insomma nel territorio la bellezza di una fede autenticamente vissuta.

Nonostante la miseria, abbiamo potuto sperimentare un’accoglienza sempre calorosa e un profondo rispetto da parte di quella gente per la persona di don Gabriele. Durante questi momenti d’incontro, brevi ma intensi, egli insiste sulla forza che nasce dalla fede in Gesù Cristo, fede che deve trasformare la vita ed in primo luogo la mentalità; si sofferma sull’importanza delle piccole comunità ecclesiali, come luoghi dove questa fede può crescere e maturare; cerca, insomma, di coinvolgere quelle persone risvegliando in loro una fede a volte sopita e invitandole ad una partecipazione più attiva alla vita della parrocchia.

La Chiesa viva delle piccole comunità

Durante la nostra permanenza al villaggio però, non abbiamo visto nessun prete cattolico brasiliano, mentre molto forte e diffusa era la realtà delle chiese evangeliche di ispirazione pentecostale (senza contare che permangono ancora, in alcune zone, riti afro-brasiliani come le macumbe).

lavoriIn compenso, abbiamo conosciuto a Três Palmeiras una realtà comunitaria ben avviata, guidata da una coppia di sposi, in cui si prega insieme, si dialoga, ci si confronta sui bisogni del quotidiano come sulle verità di fede. La realtà delle piccole CEB (chiamate SMP, Sante Missioni Popolari) è diffusa ed in continua crescita: la prima, immediata, impressione è stata quella di vedervi incarnata e rappresentata l’esperienza delle prime comunità cristiane di cui scrive Luca negli Atti degli Apostoli! Una chiesa molto giovane, che forse deve ancora imparare, documentarsi, crescere e maturare, ma indubbiamente una chiesa viva, gioiosa, autentica, animata da una fede vissuta e condivisa che spinge alla solidarietà con gli altri… Quanta distanza, quanta differenza rispetto alla nostra chiesa più «antica», strutturalmente più solida forse, ma spesso troppo stanca e priva della «freschezza» delle origini…

Dai villaggi alle metropoli

Non è stato facile ritornare alla nostra realtà e alla «nostra» terra ... ma come ha detto don Gabriele commentando il salmo 136 (Come cantare i canti del Signore in terra straniera?)  «… nessuna terra è straniera per noi, ma tutto il mondo è patria. L’unica vera realtà che può risultare «straniera», cioè estranea all'uomo, è la condizione di peccato. Voi ‒ ha aggiunto ancora, rivolgendosi a noi con immeritati ringraziamenti ‒ siete riusciti a cantare questi canti; di più, voi siete stati la musica che ha fatto cantare gli angeli di Dio, cioè i piccoli, i poveri, gli ultimi, i più bisognosi... in una parola, i prediletti del Signore». Quelle parole sono state per noi un importante spunto di riflessione, proprio la sera della nostra partenza quando abbiamo celebrato insieme la preghiera del vespro alla presenza di Gesù Eucaristia… È stato un momento molto toccante, che per certi aspetti mi ha trasmesso quasi la sensazione di un «cerchio che si chiude»: per un attimo, infatti, il pensiero corre improvvisamente a quell’altra sera di fine giugno quando, in prossimità del viaggio, ci siamo ritrovati nella piccola cappella dell’adorazione, all’interno del santuario di Ognina…

Ad essere sinceri, durante la nostra permanenza a Pedro non abbiamo vissuto insieme molti momenti di preghiera, e per le difficoltà organizzative iniziali, e per il nostro alloggiare in due sedi diverse, anche se vicine, e per le tante attività da preparare e realizzare; a sera, a volte, era un po’ difficile ritagliarsi qualche spazio di silenzio e di adorazione, perché la stanchezza era davvero tanta! Ma anche questa abbiamo offerto al Signore, insieme alla nostra gioia, al nostro senso di impotenza, alla rabbia, alla speranza, alla volontà di fare qualcosa per quella gente….

Dopo quasi 20 giorni (che sono letteralmente volati) trascorsi al villaggio, l'impatto con le grandi realtà urbane di Sao Luìs e San Paolo è stato tanto brusco quanto «sconvolgente»... non solo per il traffico caotico ed assordante e per la presenza degli enormi grattacieli, che sembravano quasi scrutarci dall'alto con le loro innumerevoli finestre, quanto soprattutto per la terribile realtà esistente, di cui ci parlava don Gabriele durante il tragitto in auto: violenza dilagante, furti, rapine, omicidi, corruzione, ingiustizia sociale, pedofilia, prostituzione, turismo sessuale... Lui stesso non ha esitato ad usare termini come «assalto alla diligenza» o «far west»!!! Ora capisco perché è più «facile» stare dalla parte dei poveri e degli ultimi, perché sono loro forse le poche persone oneste, sincere e «assetate di giustizia»... La ricchezza, quando c'è (e nelle metropoli indubbiamente c'è!), si coniuga quasi sempre purtroppo con l'ingiustizia, la corruzione e lo sfruttamento della povera gente, sia che questa ricchezza venga gestita dai politici di turno (che non esitano a «manipolare» candidature e voti, corrompendo i poveri, in cambio magari di un televisore o della promessa dell'illuminazione elettrica), sia che si concentri ‒ nelle campagne ‒ nelle mani dei cosiddetti «fazenderos», latifondisti senza scrupoli i quali non esitano a tagliare ampie porzioni di foresta o ad inquinare le sorgenti.

L’anello di tucum

Anche noi abbiamo scelto di sposare in qualche modo la causa dei poveri facendo nostro un piccolo simbolo ‒ l’anello di tucum ‒ di cui Ivan (un giovane universitario sostenuto negli studi giuridici proprio da «Chiesa- Mondo») ci ha spiegato il significato.

Il tucum è una specie di cocco in miniatura che viene tagliato circolarmente per tutto il suo diametro, messo a bagno, levigato, lucidato e incerato. Nell'epoca dell'impero, quando l'oro era molto usato dai conquistatori (principalmente negli anelli), le persone di colore, gli indios e tutti gli oppressi in generale, soprattutto del nord-est del Brasile, ponevano al dito questo anello come segno di amicizia fra loro e di lotta per la libertà. Era ovviamente un simbolo clandestino, il cui significato solo loro conoscevano. L'anello di tucum aggregava gli oppressi in cerca di una nuova vita più degna, in mezzo a tanta mancanza di libertà, di giustizia e di dignità...

Oggi il significato è appunto quello di sposare la causa dei più poveri, degli «ultimi degli ultimi», di condividere uno stile di vita semplice ed essenziale e di impegnarsi a lottare per un mondo più giusto e dignitoso per tutti.

Vivere insieme e collaborare per perseguire questo fine, in fondo, non è solo auspicabile, ma anche possibile, come sembrano voler dimostrare i tre colori che figurano sulla bandiera del Maranhão (rosso, bianco e nero) a rappresentare le tre etnie che convivono ancora oggi nel Paese: quella indigena, quella europea e quella africana.

Un bilancio dell’esperienza

partenzaDi certo questa esperienza ci ha «toccato» dentro, forse un po' cambiato… E ci ha insegnato tanto: a sviluppare tanta pazienza e tantissimo spirito di adattamento di fronte agli imprevisti e ai disagi di una vita non proprio facile e comoda; a capire che ciò che conta veramente non è quanto si possiede in beni materiali, ma quanto si è capaci di donare in termini di amore, accoglienza, ospitalità; a riscoprire l'essenziale, perché ti rendi conto, solo dopo un'esperienza del genere, di quante cose superflue noi del cosiddetto «primo mondo» ci circondiamo. Abbiamo imparato a sopportare il caldo, l'umidità, la pioggia, la polvere, il sudore, la fatica… gli insetti! e a lamentarci meno... anche quando non esiste l’acqua potabile o ti servono sempre la stessa pietanza (e pensare che lì i bambini mangiano riso e fagioli 365 giorni all'anno, ma non smettono di sorriderti). Abbiamo capito che vale sempre la pena lottare per la giustizia e la verità, anche se il mondo non va nella stessa direzione; forse il bene che ci sforziamo di fare è solo una piccola goccia in mezzo all'oceano, ma non possiamo esimerci dal compierlo...

Abbiamo conosciuto persone straordinarie, che spendono la loro esistenza per gli altri in modo assolutamente gratuito, disinteressato, totale e che ci hanno fatto «toccare con mano» una scintilla di quella che è la realtà più grande e più bella del cuore umano: la capacità di amare. (dalla lettera di don Gabriele).

Ma la ricchezza forse più grande che questa esperienza ci ha lasciato è lo stimolo a confrontarci con noi stessi, ad interrogarci sul nostro essere uomini e cristiani autentici… perché è innegabile che esperienze simili ci interpellano e ci spronano a «rivoluzionare» e «capovolgere» il nostro modo di pensare, il nostro sistema di vita, la nostra scala di valori… come pure a rivedere il vissuto delle nostre celebrazioni, talora così «stanche», abitudinarie e distratte.

Occorre allora «camminare» insieme, a dispetto delle distanze e delle differenze, in una comunione di fede e di progetti condivisi, in un confronto culturale vissuto nella più aperta disponibilità di spirito, in una vastità ed universalità di orizzonti che tengano conto della interdipendenza e della solidarietà come autentiche ragioni di vita, come sottolineava don Domenico Luvarà, dopo la sua recente esperienza missionaria vissuta in Madagascar.

La Famiglia Ecclesiale "Missione Chiesa-Mondo" è al servizio della pastorale parrocchiale per:

  1. la promozione della dimensione comunitaria del cristianesimo attraverso l’articolazione della parrocchia in piccole comunità ecclesiali dislocate a mo’ di lievito nelle diverse zone del suo territorio, affinché il popolo di Dio acquisti sempre più coscienza di essere Chiesa e di agire e di crescere in quanto Chiesa;

  2. la valorizzazione e la formazione del laicato perché da oggetto passivo di pastorale diventi sempre più soggetto attivo e responsabile della missione della Chiesa e della animazione delle realtà temporali;

  3. la trasformazione della parrocchia in “soggetto ecclesiale e socio-culturale”, capace cioè di farsi carico dei problemi della gente, facendo del territorio la sua vera e costante “terra di missione” nella quale svolgere la catechesi permanente degli adulti, decentrare la pastorale, battersi per la promozione umana di tutto l'uomo e di tutti gli uomini.