Missione in Brasile

La Famiglia Ecclesiale Missione Chiesa-Mondo attualmente vive la dimensione missionaria anche al di là della Chiesa italiana attraverso l'esperienza di Don Gabriele Marchesi, sacerdote fidei donum della diocesi di Fiesole e membro della Missione Chiesa-Mondo.

Don Gabriele è stato parroco per diversi anni nella parrocchia Santa Maria del Giglio a Montevarchi (FI) centrando il suo impegno ministeriale sulla valorizzazione del laicato, la promozione delle comunità ecclesiali di base, il servizio socio-pastorale sul territorio.

Da tre anni vive in Brasile dove, tra l’altro, gli è stato affidato l’incarico del coordinamento delle comunità ecclesiali di base della diocesi.
La sua attuale Parrocchia è Sao Pedro Apostolo e Nossa Senhora do Rosario presso Pedro do Rosario nel Maranhao.

Attraverso le sue parole possiamo cogliere lo spirito di un nuovo modo di fare missione.

D.: Quali sono le motivazioni di questo tuo andare in missione, rimanendo però sempre in collegamento con la tua Chiesa diocesana?

R.: Il mio aggancio con la Chiesa diocesana nasce dal fatto di non appartenere ad un Istituto missionario, ma di essere un fidei donum, un prete diocesano cioè che viene prestato, donato da una diocesi ad un’altra. Si tratta di un’esperienza che si caratterizza cioè come un ponte tra due chiese. È una forma di collaborazione di una Chiesa con un’altra Chiesa nella quale gli aiuti vanno nelle due direzioni: c’è una comunità che può offrire uno dei suoi sacerdoti ad un’altra diocesi, ma dall’altra parte è possibile riportare qui frutti ed esperienze che sono di altre chiese. Tutto nasce da una ispirazione interna, da una chiamata, da un desiderio a vivere questa realtà missionaria anche al di fuori dei confini. Conoscere realtà diverse, scoprire quanto sia grande il mondo fa nascere il desiderio di poter condividere quello che siamo e che abbiamo ricevuto nella nostra Chiesa. È una esperienza che indubbiamente matura e che fa crescere. Ciò che anche umanamente aiuta molto è accorgersi che, quando si arriva in terra di missione, non è utile tanto il bagaglio di conoscenze che abbiamo, perché là il mondo è completamente diverso. Quello che conta non è tanto quello che sappiamo o che abbiamo ma quello che siamo, quella maturità umana e cristiana che lo stare là stimola enormemente. Io ricordo che i primi tempi, nella predicazione e ancor più nelle confessioni, provavo un disagio tremendo perché tutto quello che sapevo era calibrato su una realtà che lì non diceva niente. L’esperienza della missione diventa un’esperienza fortissima per chi la vive perché costringe ad andare alla radice del nostro essere, del nostro credere, del mio essere prete. Arricchisce a tutti i livelli.

D.: Hai accennato alla realtà diversa che, andando in Brasile, hai trovato. Quali sono le caratteristiche da un punto di vista sociale e religioso che contraddistinguono questa terra?

R.: Innanzitutto devo ringraziare Dio che esistono le comunità ecclesiali di base. Sono nate lì, nello stato del Maranhão. Hanno fatto sì che la Chiesa vivesse ancorata alla vita di tutti i giorni. Una Chiesa nella quale i laici hanno un ruolo indispensabile. Senza laici la nostra Chiesa nel Brasile sarebbe già scomparsa. Abbiamo laici ben fondati sulla Parola di Dio che anche senza molta conoscenza e formazione (questa è una sfida al bisogno di formazione che si avverte) non sono a disagio di fronte alla sacra Scrittura: sanno leggere la vita alla luce della Parola di Dio e sanno leggere la Parola di Dio alla luce della loro vita di tutti i giorni. Indubbiamente questa è una rivoluzione grande e un grande aiuto. A livello personale ho riscoperto pagine della Bibbia grazie a tutto questo. Per altri versi posso dire che la realtà ecclesiale del Brasile va avanti con molta difficoltà: le parrocchie sono molto grandi perché il numero dei sacerdoti è bassissimo. Questo ha fatto sì che l’evangelizzazione e la formazione fosse relativa. Ci troviamo di fronte a comunità che hanno bisogno di approfondire la loro conoscenza della fede e anche la loro formazione. Oggi non basta più essere cristiani. Occorre saper dare ragione della speranza che abbiamo. Da un punto di vista sociale il fenomeno più clamoroso è l’ingiustizia sociale e l’assoluta e quasi totale mancanza di democrazia. Siamo non so in quale secolo… I diritti umani non esistono. Esiste solo il favore che si riceve dall’amico sindaco, dall’impiegato comunale. Esiste l’elemosina che si fa al povero per farselo amico ed elettore. C’è un’ingiustizia sociale molto grave. Ci sono ricchi che non esistono neanche qui in Italia e la stragrande maggioranza della popolazione è estremamente povera. Questo fa male perché si vede che le persone non hanno neanche la forza di gridare e non sono credute a causa della corruzione. I torti e le ingiustizie si rinnovano giorno dopo giorno. I poveri sembra che non abbiano speranza di cambiamento. Oggi sono poveri e domani sicuramente saranno ancora più poveri. L’ambiente umano, invece, è stupendo perché le persone generalmente sono accoglienti, festose, buone. Si fa presto amicizia con i brasiliani e mi pare che si tratti di amicizie vere, autentiche, non finte.

D.: A proposito di questa tua funzione di «ponte» tra due realtà ecclesiali, quale può essere lo scambio tra queste due Chiese, quale la forma di collaborazione che può essere instaurata, al di là dell’aiuto economico pure importante, quale l’arricchimento reciproco che può scaturire?

R.: L’aiuto fondamentale è la reciproca conoscenza. Io mi rendo conto, infatti, parlando con i miei confratelli e con il mio vescovo, che qui in Italia si pensa che in Brasile sia tutto come in Europa, e si corre il rischio di essere, come Chiesa italiana, eccessivamente impermeabili alle novità, agli aiuti, agli stimoli che possono arrivare da altre Chiese. Io ricordo che la prima cosa che dissi arrivando lì è che non siamo alla periferia di Roma e quindi impermeabili alle novità. Quello brasiliano è un modo interessantissimo di vivere la Chiesa e la missione. Io credo che è importante conoscere questa realtà. Il cammino che si sta facendo in Brasile è interessante e coraggioso da certi punti di vista. Ci sono posizioni che qui, lette a tavolino, sarebbero inammissibili ma lette nel contesto hanno tutta la loro dignità. Questo non vuol dire che la storia che i brasiliani hanno sulle spalle non può essere preziosa. Lì nascono vocazioni e viene data la possibilità a preti e a laici impegnati di fare esperienza missionaria, anche di durata limitata di due/tre anni. Questi sono per noi degli apporti estremamente preziosi. Un’altra grande opportunità è la cooperazione della carità. Certo, non sono sufficienti solo interventi di «pronto soccorso», sempre benedetti. Si deve cercare piuttosto di mettersi a servizio della crescita civile e sociale delle persone, aiutandole a scoprire  le loro potenzialità in modo da renderle autonome, anche quando il missionario non c’è più. Nelle parrocchie, infatti, quando va via il missionario e rimane il prete brasiliano, spesso la gente si trova in difficoltà perché deve difendere delle ricchezze che provengono dall’Europa. Questo non dobbiamo permetterlo. Dobbiamo evitare che ciò accada.

D.: Cosa è cambiato nella tua giornata rispetto a quella che passavi qui a Montevarchi? È stato stravolto il tuo genere di vita?

R.: Se prima guardavo se c’era il sole o la pioggia con tranquillità, ora, se piove troppo, la cosa mi mette in difficoltà perché manda all’aria tutti i programmi. In una parrocchia di 1600 chilometri, senza neppure una strada, dovendo attraversare vari fiumi, che quando piove crescono nel giro di due ore, la pioggia può mettere in crisi, per esempio, anche la visita a cinque villaggi, e può modificare notevolmente la mia giornata, così come può mettere in difficoltà il ritorno a casa. La mattina ci si sveglia con il levare del sole, la vita inizia subito. In questi giorni in particolare sto cercando di conoscere meglio la parrocchia. Ora che è la stagione delle piogge e non posso andare troppo lontano sto cercando di conoscere le comunità più vicine, di rianimarle, di incontrare gli animatori,di vedere quali sono le difficoltà, di scoprirne i valori, le tradizioni e cercare di organizzare la vita parrocchiale, le varie scadenze, la visita agli ammalati.

D.: Da quanto ci hai raccontato, emerge uno stile di vita molto semplice, povero, sobrio, essenziale. Andare in missione vuol dire veramente spogliarsi di tutto. Quale messaggio puoi lasciare alla Chiesa europea e a quella italiana, in particolare, che invece rischiano di vivere una fede imborghesita? Cosa puoi suggerirci – mentre ci prepariamo a celebrare il quarto Convegno ecclesiale di Verona – per ritornare all’autenticità che non sempre emerge dalla nostra vita cristiana ed essere davvero testimoni di Cristo risorto, speranza del mondo?

R.: È un discorso troppo difficile. È necessario credere un po’ di più nella semplicità e nell’umiltà. Abbiamo troppe paure e cerchiamo troppe sicurezze. È più comodo e più facile. Nella nostra cultura così impostata in effetti è forte l’impressione che il denaro a poco a poco cerchi di essere il dominatore di tutta la realtà. In Brasile sto sperimentando una cosa bella. Io sono ricco in confronto agli altri preti e anch’io mi rendo conto che quando manca qualche cosa la vita è più difficile. Però qui sono costretto in qualche modo a uno stile più semplice e più povero. Qui mi sto rendendo conto che il mondo lo salvano i poveri. La salvezza di Gesù Cristo passa attraverso i poveri. Lo so, questa può sembrare solo una bella frase ad effetto. Ci vorrebbe tempo per approfondirla e per spiegarla. La lascio come stimolo alla riflessione. In Brasile ricchezza vuol dire corruzione, ingiustizia. Sono rari i casi di persone ricche che siano umane, autentiche e cristiane. Il mondo dei poveri è estremamente diverso. Per questo mi sto convincendo che il mondo lo salvano i poveri: perché l’accoglienza vera al messaggio evangelico, ieri come oggi, è nel cuore del povero, di colui che riesce a sottrarsi al dominio del principe di questo mondo e che sa inginocchiarsi non davanti alle quotazioni di Borsa ma davanti al Signore. Ecco, ieri riflettendo sul brano di vangelo del giorno pensavo: c’è da mostrare i segni della passione di Cristo agli uomini di oggi. Perché mai ce la prendiamo con San Tommaso? Il mondo di oggi ha bisogno di vedere gli stessi segni della passione di Gesù Cristo. Noi non possiamo appartenere alla Chiesa di Giuda che vende la vita per il denaro, ma alla Chiesa del Cristo risorto che offre la vita gratuitamente e che mostra agli uomini di oggi lo stile del servizio, della povertà, lo stile dell’obbedienza a Dio, lo stile dello stare accanto agli ultimi. Ecco, se vogliamo mostrare al mondo il volto di Gesù Cristo risorto, i segni devono essere questi.

Intervista pubblicata nella Rivista Comunità, Giugno 2007, n. 6

La Famiglia Ecclesiale "Missione Chiesa-Mondo" è al servizio della pastorale parrocchiale per:

  1. la promozione della dimensione comunitaria del cristianesimo attraverso l’articolazione della parrocchia in piccole comunità ecclesiali dislocate a mo’ di lievito nelle diverse zone del suo territorio, affinché il popolo di Dio acquisti sempre più coscienza di essere Chiesa e di agire e di crescere in quanto Chiesa;

  2. la valorizzazione e la formazione del laicato perché da oggetto passivo di pastorale diventi sempre più soggetto attivo e responsabile della missione della Chiesa e della animazione delle realtà temporali;

  3. la trasformazione della parrocchia in “soggetto ecclesiale e socio-culturale”, capace cioè di farsi carico dei problemi della gente, facendo del territorio la sua vera e costante “terra di missione” nella quale svolgere la catechesi permanente degli adulti, decentrare la pastorale, battersi per la promozione umana di tutto l'uomo e di tutti gli uomini.